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Archeologia industriale

Scheletri senza nome.
Ventri abituati a fagocitare tutto e tutti inseguendo il mito della produzione. Colossi che ti fanno sentire piccolo e senza storia e che ti fanno arrivare dentro lo stomaco un vago senso di smarrimento.
Una porta arrugginita, spalancata, oppure una finestra divelta segna l’ingresso nella loro dimensione.
Gabbie del tempo che racchiudono un passato di memorie e di frammenti della produzione.
Gabbie su cui il tempo ha aperto feritoie e squarci sui muri, sui tetti che, come sbarre, adesso, ti mettono in contatto dividendoti da tutto.
Gabbie dalle cui sbarre penetra la luce a far vivere il presente fatto della natura che progressivamente prende il posto di macchinari e prodotti e fagocita tutto.
Così, dove non si produce nulla, è facile imbattersi in arbusti di piante che hanno dovuto attendere il “fine lavori” per riconquistare l’intero spazio e ricominciare, mentre l’uomo passa diluendo nella storia le sue imprese. E non importa che lì dentro ci siano resti di mattoni ancora da cuocere o già pronti a segnare un percorso ad ostacoli che ti separa dal posto più magico. Perché, come nelle favole, c’è la torre che ti guarda da lontano e dall’alto della sua storia. Ma in questo caso non c’è nessuna principessa da liberare e nessun “e vissero tutti felici e contenti”.
Quello che resta alla fine è una memoria, ognuno con la sua.
Loro, i resti, le mura e la torre, quella di un passato glorioso di un pezzo di Sicilia che produceva, lavorava e sognava.
Io, invece, una sensazione che ti risucchia dentro un’atmosfera senza rumori e senza aria, sospesa nel tempo, ma con sempre nuove testimonianze di una vita che non si ferma e che si affaccia sul mare come in attesa di un nuovo carico per ricominciare.
Sono tutte immagini in bianco e nero, come i pensieri a due dimensioni, dentro i quali non c’è spazio per le sfumature: o sei dentro o sei fuori. Un mondo binario fatto di 0 e 1, di vincitori e vinti.
E così, raccontare questa storia ti fa sentire vincitore, mentre racconti la fine di un vinto. La macchina che lentamente arranca sotto i colpi del tempo e del futuro che brucia tutto e lo lascia invecchiare velocemente.
E così, forse, questa raffica di scatti sono proprio gli ultimi colpi che sanciscono la fine di questi luoghi.
Una morte senza né gloria e neppure onori. Ma siamo sicuri che i vinti siano loro?
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